MUPA Milano: una mostra per smascherare il patriarcato

A Milano, il Museo del Patriarcato ha trasformato dati, installazioni e testimonianze in un percorso immersivo sulle disuguaglianze che attraversano la vita quotidiana.

Dal 7 al 21 marzo, alla Fabbrica del Vapore di Milano, il MUPA – Museo del Patriarcato organizzato da ActionAid ha aperto uno spazio di riflessione necessario e molto partecipato sul rapporto tra cultura patriarcale, disuguaglianze di genere e violenza maschile contro le donne. Non una mostra tradizionale, ma un’esperienza immersiva costruita per rendere visibile ciò che troppo spesso viene considerato normale: dagli stereotipi nei libri scolastici ai giochi divisi per genere, dalle frasi sessiste ai commenti per strada, fino alle forme più strutturate di discriminazione che attraversano lavoro, relazioni, media e spazio pubblico. Tutto questo si è trasformato in un viaggio spazio-temporale che conduceva nel 2148, anno in cui secondo il Global Gender Gap Report sarà raggiunta in Europa l’uguaglianza di genere. Da questo futuro desiderabile, il museo ha restituito frammenti della nostra vita quotidiana e sociale di oggi –  destinata a visitatrici e visitatori del futuro – rivelandone l’assurdità, l’ingiustizia e quella violenza nascosta che troppo spesso continua a passare inosservata. Dal lavoro ai media, dallo spazio digitale allo sport, fino alla dimensione domestica e relazionale, il percorso costruisce uno sguardo nuovo sul presente.

Il messaggio al centro di questa iniziativa è che la violenza non può essere letta solo come emergenza. Se i numeri restano stabili, significa che intervenire soltanto dopo non basta. Per questo ActionAid ha scelto di mettere al centro il tema della prevenzione primaria, cioè la necessità di agire prima che la violenza accada, lavorando sulle cause strutturali che la alimentano: stereotipi, squilibri di potere, modelli culturali sessisti, disuguaglianze economiche e sociali.

I dati che mostrano come il patriarcato agisce nella quotidianità

Attraverso il report “Perché non accada. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale”, ActionAid ha raccontato come le disuguaglianze di genere si annidino in spazi e gesti quotidiani, dalla casa ai mezzi pubblici, dal lavoro al digitale. I dati dell’indagine parlano chiaro e mostrano come il carico del lavoro di cura continui a ricadere soprattutto sulle donne.

Il 74% delle donne dichiara di occuparsi da sola dei lavori domestici, contro il 40% degli uomini. Il 41% delle madri gestisce da sola la cura di figli e figlie, mentre tra i padri il dato si ferma al 10%. Anche la gestione delle finanze familiari resta sbilanciata: il 51% degli uomini afferma di occuparsene da solo, contro il 38% delle donne. Sono numeri che raccontano una disuguaglianza profonda, che non riguarda soltanto la sfera privata ma produce dipendenza economica, rafforza il controllo e crea un terreno favorevole alla violenza economica e psicologica.

Il merito del MUPA è stato proprio quello di trasformare questi dati in esperienza concreta. Attraverso diorami e installazioni dedicate alla quotidianità domestica e ai mezzi pubblici, il museo ha mostrato come il patriarcato non sia un concetto astratto ma una struttura che condiziona ancora oggi abitudini, ruoli e possibilità. In questo senso, il percorso espositivo ha reso visibile la continuità tra piccole normalizzazioni quotidiane e forme più evidenti di esclusione e violenza.

L’installazione sul gender pay gap

Tra le installazioni del MUPA c’era quella dedicata alle buste paga, perché permetteva di visualizzare in modo immediato un aspetto centrale della disparità di genere: la differenza professionale ed economica tra uomini e donne. In un percorso che parlava di patriarcato come sistema, questo passaggio era particolarmente potente, perché mostrava come le disuguaglianze non siano astratte ma incidano direttamente sull’autonomia e sulle possibilità reali delle persone.

Il tema del lavoro, infatti, non può essere separato da quello della violenza di genere. Le donne continuano a scontare discriminazioni salariali, minore riconoscimento economico e una più fragile autonomia finanziaria. E quando il denaro, le risorse e le decisioni economiche restano concentrati nelle mani maschili, si consolidano rapporti di potere che limitano l’autodeterminazione femminile. L’installazione sulle buste paga aveva proprio questo merito: tradurre in immagine un meccanismo spesso raccontato in modo astratto, facendo percepire con immediatezza quanto il gender pay gap sia ancora una componente strutturale della disuguaglianza.

Dentro questo racconto, il lavoro emergeva come uno dei luoghi in cui il patriarcato continua a riprodursi con più forza. Non solo nelle retribuzioni, ma anche nel valore attribuito alle competenze, nelle opportunità di crescita e nella libertà economica che ogni persona dovrebbe poter costruire. Per questo l’installazione risultava così efficace: perché collegava il divario salariale a una questione più ampia di potere, riconoscimento e indipendenza.

Libertà di movimento, paura e spazio pubblico

La mostra affrontava anche un altro aspetto decisivo: il rapporto tra genere, sicurezza e libertà di movimento. I dati raccolti da ActionAid mostrano che il 38% del campione ha avuto paura sui mezzi pubblici, ma tra le giovani donne della Gen Z la percentuale sale al 65,5%. Inoltre, il 25% ritiene che una donna sia davvero al sicuro solo se accompagnata.

Anche questo dato è significativo, perché non parla di prudenza ma di un’autonomia ancora limitata da una cultura che continua a considerare le donne più esposte, vulnerabili, da proteggere. Lo stesso accade negli spazi pubblici in generale, dove il 52% delle donne dichiara di aver provato paura, contro il 35% degli uomini. Ne emerge l’immagine di una libertà non pienamente condivisa, che passa anche dalla possibilità di abitare il mondo con la stessa serenità e legittimità.

Il MUPA riusciva a raccontare bene questa dimensione anche grazie a scene e oggetti capaci di evocare situazioni molto riconoscibili. Non c’era retorica, ma la restituzione precisa di un quotidiano che appartiene ancora a molte donne. Ed è proprio in questa capacità di far emergere il non detto che la mostra ha trovato una delle sue forze più efficaci.

Un museo per evidenziare ciò che spesso sembra normale

Con 27 opere, installazioni interattive – la prima delle quali zerbino all’ingresso che riportava la parola “patriarcato” stampata e che si era invitati a calpestare – diorami, testimonianze e oggetti simbolici, il MUPA ha costruito un percorso narrativo capace di mettere in discussione la normalizzazione del patriarcato. Una cabina elettorale che, nel ricordo degli 80 anni del diritto di voto, proponeva una scheda sull’abolizione del patriarcato; un armadietto sportivo ricoperto di insulti sessisti, simbolo degli spogliatoi più tossici; ambientazioni che restituivano con chiarezza le asimmetrie di potere nelle relazioni, nello sport e nella vita quotidiana.

L’idea di immaginare un futuro in cui il patriarcato è finalmente superato e relegato a oggetto museale ha reso ancora più evidente quanto siano radicate, nel presente, le sue manifestazioni nella casa, nel lavoro, nella cultura, nello sport e nelle relazioni. Ma il MUPA è stato anche uno spazio vivo, attraversato da famiglie, scuole, coppie e gruppi di amici, dove la riflessione si è trasformata in dialogo. Tra laboratori per bambine e bambini, confronti tra generazioni e momenti di educazione informale, la mostra ha dimostrato che cambiare linguaggio e sguardo è possibile.

Il successo del MUPA, con oltre diecimila visitatrici e visitatori, workshop e talk sold out e un programma partecipato costruito insieme a reti femministe, centri antiviolenza e realtà del territorio, ha fatto emergere quanto esista un bisogno diffuso di luoghi capaci di trasformare i dati in esperienza e la riflessione in presa di coscienza.

Il MUPA ha lasciato soprattutto la consapevolezza che la violenza è solo la manifestazione più estrema di un sistema più ampio, e che per contrastarla bisogna imparare a riconoscere l’architettura invisibile che la sostiene. Cambiare lo sguardo, in questo senso, è già un primo atto concreto.